giovedì 29 aprile 2010
Le polemiche sul 1° maggio ci confermano l'incapacità della maggioranza di cogliere il nesso fra lavoro,costituzione e riforme istituzionali
“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” L’art. 1 della Costituzione ci ricorda, soprattutto in occasione del 1° maggio, il ruolo svolto dal lavoro come elemento comune, in cui potessero riconoscersi tutti i cittadini della nuova Repubblica nata sulle macerie della monarchia che aveva condotto Italia e italiani alla orripilante macelleria della 2° guerra mondiale, , abdicando in favore della dittatura fascista alla propria funzione di guida del Paese. Il lavoro oggi come 62 anni fa è una dimensione della persona umana percepita in maniera diversa , a seconda dell’età, del sesso e del ruolo svolto nella società , ma , comunque, vissuta ( anche nella forma più penosa, quella della mancanza di lavoro) in maniera trasversale da tutti gli appartenenti al corpo sociale: ora come opportunità per provvedere al sostentamento proprio e della propria famiglia ora come modo per una piena realizzazione della persona umana gratificata dalla possibilità di concorrere e contribuire con il proprio apporto alla crescita del Paese. Diversi sono gli apporti dell’imprenditore e del suo dipendente, unico e nobile il fine, fare un’Italia migliore di quella che ci è stata consegnata dai nostri padri. Come nella parabola evangelica, dobbiamo mettere a frutto i talenti che ci sono stati dati non solo come singoli ma anche come appartenenti alle comunità locali e regionali in cui siamo inseriti, sino a toccare la vetta dello stato unitario che proprio all’art. 3 della Costituzione, in nome del principio di uguaglianza sostanziale , assume su di sé , nell‘Italia del 1948 da cui ogni anno partivano centinaia di migliaia di persone per lavorare all’estero, il compito di rimuovere gli ostacoli che impedivano in patria l’esercizio di un fondamentale diritto, oggi come allora avvertito come irrinunciabile, quello al lavoro . Non è facile acquisire consapevolezza di un processo che richiede il superamento di quell’astrazione che ci fa riottosi a vedere il nostro contributo di lavoratori inquadrato in un disegno più grande , il bene del Paese non come imposizione ma come condivisione necessaria. Non possono non risuonare “sinistre” le improvvide dichiarazioni rilasciate mesi fa dal ministro della funzione pubblica Renato Brunetta ““stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla”.: Sin qui abbiamo proprio cercato di spiegarne il significato: quella che Brunetta individuò allora come un dato negativo ,“La Costituzione è figlia del clima del dopoguerra”, è la sua grande ricchezza. Solo quel clima ,infatti, consentì la stesura di una Costituzione, che riesce tuttora ad essere espressione e sintesi di visioni in teoria contrapposte della società: criticata spesso proprio per questa matrice, è invece a questa origine , che la Carta Costituzionale deve la sua perenne capacità di essere espressione di un presente contraddittorio. Mossa da una visione della società che privilegia al proprio l’interesse della comunità – Paese , la classe politica di allora , educata alla dura scuola dell’emarginazione e del silenzio impostale dal ventennio fascista , seppe scendere a quei reciproci compromessi e rinunce, documentati dal testo della costituzione, che soli possono permettere la costruzione di un futuro per il Paese. Con buona pace del ministro Brunetta, dalla classe politica odierna, soffocata da un malinteso senso dell’amor proprio e della preconcetta difesa di stereotipi rimessi in discussione solo per finta, c’è ben poco da attendersi sul fronte di un’Italia che fortunatamente non deve più essere ricostruita, ma la cui crescita dovrebbe essere assecondata con onestà intellettuale e spirito di servizio, i soli approcci in grado di dare all’azione politica un respiro che vada oltre le non esaltanti contingenze del quotidiano.
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