martedì 30 marzo 2010
SE L'"APE" ZAIA E'VOLATA COSI' IN ALTO;,DEVE RINGRAZIARE SOLO BERLUSCONI
Alla luce dell'andamento delle elezioni si impone per i quadri veneti del Popolo della Libertà una riflessione sui risultati. Non è mai accaduto che un partito che ha governato per 15 anni una Regione sia stato premiato con una flessione del 5% rispetto alla precedente tornata elettorale: e che il partito che gli era alleato incrementasse in misura così rilevante i consensi. La verità è che Berlusconi ha svenduto in Veneto il primato del partito da lui così orgogliosamente fondato 16 anni fa in cambio dell'appoggio incondizionato da parte dei parlamentari leghisti alla Camera e al Senato ai suoi disegni di legge blindati che passano , espropriando da due anni il Parlamento delle sue prerogative, a suon di voti di fiducia. E' triste dirlo, perche c'è in questo momento in Veneto chi crede di dover festeggiare. Ed invece è stata calpestata la dignità e autonomia di un partito come il Popolo della Libertà in cui tanti veneti hanno riposto, pur nei suoi mutamenti ,tante speranze: si parla di federalismo da attuare, ma se coloro che devono portarlo avanti sono scelti fra Roma e Arcore, si può credere che potranno godere di quell'autonomia e onestà intellettuale che un progetto così ambizioso esige?Non dovranno rendere conto, in primo luogo, invece che al popolo che li ha eletti a chi li ha messi nelle condizioni di ricoprire quel ruolo, come del resto accade da due legislature anche ai deputati che grazie alla legge Calderoli non perdono tempo a interessarsi dei problemi del loro elettorato, tanto la loro riconferma non dipende da chi li vota (ma non può sceglierli) ma da chi li ha messi al posto giusto in lista? D’altra parte va pur detto che , essendo il Popolo della Libertà nelle sue diverse versioni una creatura di Berlusconi, con buona pace dei militanti il premier si ritiene in diritto di farne quello che vuole: non si estende, forse, nel nostro ordinamento il diritto del proprietario sino alla distruzione del suo bene? I prossimi mesi e anni ci diranno se il neo presidente Zaia riuscirà a vincere la sfida più grande che lo attende quella di emancipare sé , la Giunta che presiederà e il movimento che si riconosce in lui da questo “peccato”, tutt’altro che originale, anzi sempre più diffuso, viste le perverse logiche che ispirano la cooptazione del potere nell’Italia odierna.
SE L'"APE" ZAIA E'VOLATA COSI' IN ALTO; DEVE RINGRAZIARE SOLO BERLUSCONI
Alla luce dell'andamento delle elezioni si impone per i quadri veneti del Popolo della Libertà una riflessione sui risultati. Non è mai accaduto che un partito che ha governato per 15 anni una Regione sia stato premiato con una flessione del 5% rispetto alla precedente tornata elettorale: e che il partito che gli era alleato incrementasse in misura così rilevante i consensi. La verità è che Berlusconi ha svenduto in Veneto il primato del partito da lui così orgogliosamente fondato 16 anni fa in cambio dell'appoggio incondizionato da parte dei parlamentari leghisti alla Camera e al Senato ai suoi disegni di legge blindati che passano , espropriando da due anni il Parlamento delle sue prerogative, a suon di voti di fiducia. E' triste dirlo, perche c'è in questo momento in Veneto chi crede di dover festeggiare. Ed invece è stata calpestata la dignità e autonomia di un partito come il Popolo della Libertà in cui tanti veneti hanno riposto, pur nei suoi mutamenti ,tante speranze: si parla di federalismo da attuare, ma se coloro che devono portarlo avanti sono scelti fra Roma e Arcore, si può credere che potranno godere di quell'autonomia e onestà intellettuale che un progetto così ambizioso esige?Non dovranno rendere conto, in primo luogo, invece che al popolo che li ha eletti a chi li ha messi nelle condizioni di ricoprire quel ruolo, come del resto accade da due legislature anche ai deputati che grazie alla legge Calderoli non perdono tempo a interessarsi dei problemi del loro elettorato, tanto la loro riconferma non dipende da chi li vota (ma non può sceglierli) ma da chi li ha messi al posto giusto in lista? D’altra parte va pur detto che , essendo il Popolo della Libertà nelle sue diverse versioni una creatura di Berlusconi, con buona pace dei militanti il premier si ritiene in diritto di farne quello che vuole: non si estende, forse, nel nostro ordinamento il diritto del proprietario sino alla distruzione del suo bene? I prossimi mesi e anni ci diranno se il neo presidente Zaia riuscirà a vincere la sfida più grande che lo attende quella di emancipare sé , la Giunta che presiederà e il movimento che si riconosce in lui da questo “peccato”, tutt’altro che originale, anzi sempre più diffuso, viste le perverse logiche che ispirano la cooptazione del potere nell’Italia odierna.
domenica 21 marzo 2010
AL POSTO DEL SENSO DELLO STATO IL SENSO DELLA...REGIONE?
La proposta di Bossi di consentire a Zaia di mantenere in caso di elezione a presidente della Regione del Veneto anche la carica di ministro è esemplificativa della scarsa consapevolezza dei problemi che anima i massimi esponenti – si parla del ministro delle riforme - della politica di questi nuovi anni.
Esistono tutta una serie di materie in cui il nostro ordinamento prevede una potestà legislativa concorrente di Stato e Regioni, in cui Stato e Regioni debbono trovare un accordo per legiferare a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001. Come è possibile, a lume di logica, che una persona possa essere al tempo stesso componente del Consiglio dei Ministri , in cui è incardinato il potere esecutivo e di iniziativa legislativa con buone possibilità di successo, visto che possiede la maggioranza nelle Camere, e presidente di una delle Regioni, portatrice di interessi diversi e contrapposti, non per scelta ma per il diverso ruolo affidato a Governo e Regioni dalla Costituzione?La cosa è improponibile a lume di logica. Eppure , dichiara il costituzionalista De Nardi intervistato dal Corriere del Veneto, sarebbe possibile se la Regione Veneto avesse esercitato la facoltà di darsi una legge elettorale (cosa che non ha fatto) prevedendo espressamente che il presidente della Giunta Regionale non fosse componente del Consiglio. Insomma l’incompatibilità è fra ministro e componente del Consiglio Regionale , quale il futuro presidente della Regione sarà in base alla normativa in vigore al momento della sua elezione. Le nefaste conseguenze dell’erronea applicazione all’esercizio di pubbliche funzione del principio “tutto ciò che non è proibito è consentito “ non hanno fine: dopo i doppi , tripli incarichi , parlamentare, componente del governo, ai vertici di enti locali, avremo anche questa commistione fra potere delle Regioni ed esecutivo ? Francamente sono cose che nessun politico o giurista di buon senso avrebbe potuto nemmeno ipotizzare sino a qualche anno fa, tant’è che sono numerosi i casi di conflitti di attribuzione e competenze sollevati fra Regioni e Governo davanti alla Corte Costituzionale. Ma questi nuovi politici hanno sostitutito al senso dello stato quello delle Regioni, come se quest’ultime non facessero parte dello Stato ?
Esistono tutta una serie di materie in cui il nostro ordinamento prevede una potestà legislativa concorrente di Stato e Regioni, in cui Stato e Regioni debbono trovare un accordo per legiferare a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001. Come è possibile, a lume di logica, che una persona possa essere al tempo stesso componente del Consiglio dei Ministri , in cui è incardinato il potere esecutivo e di iniziativa legislativa con buone possibilità di successo, visto che possiede la maggioranza nelle Camere, e presidente di una delle Regioni, portatrice di interessi diversi e contrapposti, non per scelta ma per il diverso ruolo affidato a Governo e Regioni dalla Costituzione?La cosa è improponibile a lume di logica. Eppure , dichiara il costituzionalista De Nardi intervistato dal Corriere del Veneto, sarebbe possibile se la Regione Veneto avesse esercitato la facoltà di darsi una legge elettorale (cosa che non ha fatto) prevedendo espressamente che il presidente della Giunta Regionale non fosse componente del Consiglio. Insomma l’incompatibilità è fra ministro e componente del Consiglio Regionale , quale il futuro presidente della Regione sarà in base alla normativa in vigore al momento della sua elezione. Le nefaste conseguenze dell’erronea applicazione all’esercizio di pubbliche funzione del principio “tutto ciò che non è proibito è consentito “ non hanno fine: dopo i doppi , tripli incarichi , parlamentare, componente del governo, ai vertici di enti locali, avremo anche questa commistione fra potere delle Regioni ed esecutivo ? Francamente sono cose che nessun politico o giurista di buon senso avrebbe potuto nemmeno ipotizzare sino a qualche anno fa, tant’è che sono numerosi i casi di conflitti di attribuzione e competenze sollevati fra Regioni e Governo davanti alla Corte Costituzionale. Ma questi nuovi politici hanno sostitutito al senso dello stato quello delle Regioni, come se quest’ultime non facessero parte dello Stato ?
Doppi e tripli incarichi?Alla base dello sconcio l' estensione all'esercizio di funzioni pubbliche del principio "Ciò che non è vietato è consentito"
Con i partiti in mano ai vertici proliferano i doppi e tripli incarichi , non interni al partito ma nell'esercizio di funzioni pubbliche. Evidentemente i capi preferiscono avere a che fare con poche persone con tanti incarichi piuttosto che con tante persone con un incarico ciascuna. E la ragione è sin troppo ovvia . Questi incaricati capiscono al volo, se non addirittura anticipano il capo. Che è il "non si può di più e di meglio". E il solito odioso ritornello" Ciò che non è vietato è consentito". Principio che può valere quando si tratti di avviare un'attività economica, non certo di stabilire chi eserciterà una funzione pubblica. Esistono così evidenti questioni di opportunità e di esercizio di diversi poteri che nessun esponente di partito si sarebbe in passato sognato di concentrare su singole persone più compiti: anche perchè i partiti , almeno in passato, rispettavano il dettato costituzionale e aspiravano ad avere un ordinamento a base democratica e dovevano accontentare diverse componenti. Ora non è più cosi: siamo in mano agli autocrati e queste sono le conseguenze.
ESERCITIANO ASSIEME AL DIRITTO DI VOTO ANCHE QUELLO DI DARE LA PREFERENZA:LO STATO CE LI HA DATI, GUAI A CHI LI METTE IN DISCUSSIONE
Dal 1946 la preferenza è uno degli strumenti dato all’elettore per decidere da chi farsi rappresentare all’interno delle liste proposte dai partiti . Certo, come in tutti i casi in cui c’è una legge a regolamentare l’attività della Pubblica Amministrazioni o i rapporti fra questa e i cittadini o fra i cittadini , è frequente il sopraggiungere di elementi che possono indurre a valutare in maniera negativa le conseguenze nella pratica dell’applicazione della legge. Ma ciò non deve mai me
ttere in discussione la bontà dello strumento: sono gli interpreti (ovviamente altri uomini , a volte diversi, a volte gli stessi che hanno fatto la legge ) con le loro discutibili letture pratiche a inquinare ogni strumento, anche il migliore. Non è un caso che l’ultimo vero movimento di popolo nell’Italia degli ultimi vent’anni, la stagione seguita allo scoppio di Tangentopoli in cui la classe politica ha almeno tentato di mettersi in sintonia con le istanze della base, non solo non si è mai sognato nel 1993 di togliere la preferenza ma l’ha ridimensionata per le elezioni comunali e regionali, eliminando un possibile effetto distorsivo, quello causato dalla pluralità di preferenze che potevano favorire un mercato di scambio delle stesse. La preferenza in questi giorni che precedono le consultazioni amministrative ha il sapore del retaggio di un’epoca definitivamente archiviata nel 2006 per le elezioni politiche grazie alla legge Calderoli, che ha espropriato gli elettori della preferenza per le elezioni dei deputati , mettendo nelle mani delle segreterie dei partiti che fanno le liste la scelta di chi effettivamente ci rappresenta a Montecitorio. Esercitiamo non solo il diritto di voto, ma ancor più il diritto ancora ad esso abbinato di dare la preferenza: male che vada, avremo almeno qualcuno, persona fisica, con cui prendercela. Guardiamoci dal qualunquismo !
ttere in discussione la bontà dello strumento: sono gli interpreti (ovviamente altri uomini , a volte diversi, a volte gli stessi che hanno fatto la legge ) con le loro discutibili letture pratiche a inquinare ogni strumento, anche il migliore. Non è un caso che l’ultimo vero movimento di popolo nell’Italia degli ultimi vent’anni, la stagione seguita allo scoppio di Tangentopoli in cui la classe politica ha almeno tentato di mettersi in sintonia con le istanze della base, non solo non si è mai sognato nel 1993 di togliere la preferenza ma l’ha ridimensionata per le elezioni comunali e regionali, eliminando un possibile effetto distorsivo, quello causato dalla pluralità di preferenze che potevano favorire un mercato di scambio delle stesse. La preferenza in questi giorni che precedono le consultazioni amministrative ha il sapore del retaggio di un’epoca definitivamente archiviata nel 2006 per le elezioni politiche grazie alla legge Calderoli, che ha espropriato gli elettori della preferenza per le elezioni dei deputati , mettendo nelle mani delle segreterie dei partiti che fanno le liste la scelta di chi effettivamente ci rappresenta a Montecitorio. Esercitiamo non solo il diritto di voto, ma ancor più il diritto ancora ad esso abbinato di dare la preferenza: male che vada, avremo almeno qualcuno, persona fisica, con cui prendercela. Guardiamoci dal qualunquismo !
domenica 7 marzo 2010
E 'paradossale: ha più senso dello Stato (italiano) il Consiglio degli Affari Giuridici della Cei che il governo italiano
Da oltre Tevere vengono affermazioni che nei quasi 150 anni di storia dell'Italia, settanta dei quali segnati da tormentati rapporti con il Vaticano,mai si sarebbero immaginate. Le dichiarazioni di Mosignor Nogavero dimostrano, ci fosse ancora qualche dubbio, che ha più senso dello Stato (italiano) un organismo esterno al nostro Stato , per carità pur sempre formato da prelati italiani, del nostro governo. Questa presa di posizione scatenerà le ire di chi non percepisce il baratro, ben più grave della crisi economica, in cui sta precipitando un Paese in cui le regole sono viste con inspiegabile insofferenza da chi è ai vertici del governo: invece che garantire tutti (questa è la loro funzione) sono considerate lo strumento che impedisce l'affermarsi della volontà di un principe che, quanto ad acume, ha ben poco a che vedere con quello di Macchiavelli. A quando la Cei andrà oltre le forme prendendo posizione su specifici contenuti? E' inspiegabile il silenzio sulla strumentalizzazione a fini politici che hanno fatto del Crocefisso e della religione cattolica i leghisti, dando ad intendere di essere loro,il ministro Zaia in testa , i difensori della cristianità, quando invece, nel loro quotidiano agire politico, ne calpestano i fondamenti. Ma deve continuare a dirlo Sinistra e Libertà, Italia dei Valori? Quando lo dirà la Cei, che ha in questa occasione dimostrato di non aver remore a dissociarsi da chi sta affondando i principi del nostro Stato
sabato 6 marzo 2010
La spesa per la cultura è una risorsa
Circa l'appello di intellettuali, politici e associazioni per evitare la contrazione degli stanziamenti per la cultura e lo spettacolo nell'esercizio finanziario 2010 del bilancio della Regione Veneto mi sembrerebbe proprio il caso di uscire dall'equivoca contrapposizione fra una spesa pubblica produttiva, come sarebbero quelle per gli ammortizzatori sociali e a sostegno del rilancio dell'economia in generale (come se fosse solo il "made in Veneto"),e una improduttiva, come sarebbe appunto quelle per l'istruzione e la cultura. "Noi sappiamo che anche attorno alle cose della cultura , quando queste siano poste nella condizione di operare nel rispetto di qualità e continuità della proposta e dell'offerta, si sviluppa sempre una consistente ricaduta economica, che arreca grandi benefici a tutti coloro che fanno parte di un articolato sistema, di sicuro al centro di tutto ciò che attiene a una reale qualità della vita"E' un passo dell'appello lanciato, da cui emerge con chiarezza come, ancor più in un momento di crisi economica, la spesa pubblica per la cultura e lo spettacolo debba essere vista non come una passività ma un investimento, una risorsa con cui sostenere concretamente la qualità di un''offerta in grado di soddisfare una domanda di turismo culturale , concentrata nelle città d'arte, in primis Venezia, spesso sottovalutata nel contesto economico veneto. Spesa pubblica per la cultura e lo spettacolo, quindi, per il futuro non più una voce in passivo ma un investimento di cui traggono da sempre vantaggio alcuni operatori economici come albergatori, agenzie di viaggi e quanti lavorano nel campo dei servizi nelle città d'arte: forse oltre agli enti locali e alla Regione sarebbe bene che anche quest'ultimi, direttamente beneficati, cominciassero a prendere in esame l'opportunità di sostenere una cultura che non alimenta solo lo spirito ma anche i loro portafogli.
14 dicembre 2009
14 dicembre 2009
Con gli amici le leggi si interpretano, con gli avversari si applicano
Le leggi...con gli amici si interpretano , con gli avversari si applicano. E' una frase di Giovanni Giolitti da rispolverare, visto quanto sta accadendo. Sono interpretazioni definite dai giuristi autentiche , il che significa che sono opera dello stesso organo che ha emanato le norme da interpretare, in questo caso ,trattandosi di legge elettorale, il Parlamento. Beato Giolitti: se voleva fare un piacere ad un amico, lo faceva e non gli occorreva emanare un decreto legge e farlo convertire dal Parlamento. Ma qui, si dice, vengono messe in discussione le regole del gioco: direi di più, qui viene messa in discussione, con la incriminata norma transitoria che fa esplicito riferimento ai ricorsi per le liste regionali di Roma e Milano, il principio della generalità ed astrattezza della norma giuridica, per cui le norme giuridiche debbono fare riferimento ad ipotesi di fattispecie, non prevedere soluzioni per casi già verificatisi e aperti. Non c'è molto da stupirsi, in fin dei conti il premier non fa che applicare per l'ammissione alle elezioni delle sue liste lo stesso metodo che ha fatto di Mediaset assieme alla Rai i due poli dell'emittenza televisiva in Italia: mettere il legislatore nella condizione di non poter provvedere diversamente perchè il fatto (Mediaset nel '90 non aveva concorrenti) era già compiuto. Solo che qui non era come allora voluto. I partiti controinteressati si costituiranno al Tar per eccepire l'incostituzionalità della legge ?
C’è veramente da auspicarlo.
C’è veramente da auspicarlo.
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