Lettori fissi

giovedì 29 aprile 2010

Le polemiche sul 1° maggio ci confermano l'incapacità della maggioranza di cogliere il nesso fra lavoro,costituzione e riforme istituzionali

“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” L’art. 1 della Costituzione ci ricorda, soprattutto in occasione del 1° maggio, il ruolo svolto dal lavoro come elemento comune, in cui potessero riconoscersi tutti i cittadini della nuova Repubblica nata sulle macerie della monarchia che aveva condotto Italia e italiani alla orripilante macelleria della 2° guerra mondiale, , abdicando in favore della dittatura fascista alla propria funzione di guida del Paese. Il lavoro oggi come 62 anni fa è una dimensione della persona umana percepita in maniera diversa , a seconda dell’età, del sesso e del ruolo svolto nella società , ma , comunque, vissuta ( anche nella forma più penosa, quella della mancanza di lavoro) in maniera trasversale da tutti gli appartenenti al corpo sociale: ora come opportunità per provvedere al sostentamento proprio e della propria famiglia ora come modo per una piena realizzazione della persona umana gratificata dalla possibilità di concorrere e contribuire con il proprio apporto alla crescita del Paese. Diversi sono gli apporti dell’imprenditore e del suo dipendente, unico e nobile il fine, fare un’Italia migliore di quella che ci è stata consegnata dai nostri padri. Come nella parabola evangelica, dobbiamo mettere a frutto i talenti che ci sono stati dati non solo come singoli ma anche come appartenenti alle comunità locali e regionali in cui siamo inseriti, sino a toccare la vetta dello stato unitario che proprio all’art. 3 della Costituzione, in nome del principio di uguaglianza sostanziale , assume su di sé , nell‘Italia del 1948 da cui ogni anno partivano centinaia di migliaia di persone per lavorare all’estero, il compito di rimuovere gli ostacoli che impedivano in patria l’esercizio di un fondamentale diritto, oggi come allora avvertito come irrinunciabile, quello al lavoro . Non è facile acquisire consapevolezza di un processo che richiede il superamento di quell’astrazione che ci fa riottosi a vedere il nostro contributo di lavoratori inquadrato in un disegno più grande , il bene del Paese non come imposizione ma come condivisione necessaria. Non possono non risuonare “sinistre” le improvvide dichiarazioni rilasciate mesi fa dal ministro della funzione pubblica Renato Brunetta ““stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla”.: Sin qui abbiamo proprio cercato di spiegarne il significato: quella che Brunetta individuò allora come un dato negativo ,“La Costituzione è figlia del clima del dopoguerra”, è la sua grande ricchezza. Solo quel clima ,infatti, consentì la stesura di una Costituzione, che riesce tuttora ad essere espressione e sintesi di visioni in teoria contrapposte della società: criticata spesso proprio per questa matrice, è invece a questa origine , che la Carta Costituzionale deve la sua perenne capacità di essere espressione di un presente contraddittorio. Mossa da una visione della società che privilegia al proprio l’interesse della comunità – Paese , la classe politica di allora , educata alla dura scuola dell’emarginazione e del silenzio impostale dal ventennio fascista , seppe scendere a quei reciproci compromessi e rinunce, documentati dal testo della costituzione, che soli possono permettere la costruzione di un futuro per il Paese. Con buona pace del ministro Brunetta, dalla classe politica odierna, soffocata da un malinteso senso dell’amor proprio e della preconcetta difesa di stereotipi rimessi in discussione solo per finta, c’è ben poco da attendersi sul fronte di un’Italia che fortunatamente non deve più essere ricostruita, ma la cui crescita dovrebbe essere assecondata con onestà intellettuale e spirito di servizio, i soli approcci in grado di dare all’azione politica un respiro che vada oltre le non esaltanti contingenze del quotidiano.

domenica 25 aprile 2010

Berlusconi teme Fini, soprattutto perchè può sottrargli il ruolo di vittima e perseguitato , che tanto gli ha reso in termini elettorali

Tre fatti. Il presidente del Consiglio invita Fini a scegliere fra la carica istituzionale di presidente della camera , al di sopra delle parti, e il fare politica da semplice deputato e iscritto al PdL, ovvero in veste di parte. Il moralismo, nel senso deteriore del termine ., ci restituisce un Berlusconi in gran forma che finge di ignorare il doppio ruolo di proprietario di diverse aziende in vari ambiti (comunicazione editoria banche ..) e di capo dell’esecutivo da lui ricoperti ed invoca un possibile conflitto di interessi fra il politico investito di una carica istituzionale e la sua militanza in un partito. Prendendo a prestito le parabole evangeliche il premier vede la pagliuzza sotto gli occhiali di Fini e ignora la trave conficcata nell’orbita di uno dei suoi occhi. La cosa , per di più, potrebbe avere un qualche fondamento se la richiesta partisse da un esponente dell’opposizione: ma risulta incomprensibile nel caso di specie, in quanto Berlusconi e Fini sono espressione della stessa maggioranza e militano nello stesso partito. Certo in Italia oggi fra il conflitto d’interessi di Fini e quello irrisolto da 17 anni di Berlusconi è evidentemente prioritaria la soluzione del primo
Il presidente del Consiglio, durante la prima direzione del Popolo della Liberta convocata a un anno e 20 giorni dalla nascita del partito (in compenso tutta on line) mette in vendita “Il giornale”, il quotidiano non suo (ma del fratello), ad una cordata di ipotetici imprenditori amici(ma ne ha di così generosi?) di Fini. Esempio impagabile di liberalismo e liberalità!
Infine il grottesco. Fini inizia (sic!) una campagna mediatica per far conoscere il suo punto di vista sulle vicende interne al partito di maggioranza relativa: ovviamente comincia dalle reti Rai. Forse bisognerebbe rammentare a Fini che il suo sdoganatore politico conduce da 17 anni ininterrottamente una campagna mediatica personale, imbarazzante per qualsiasi politico democraticamente eletto in qualunque paese del mondo. Lui incomincia solo ora, con la pretesa di far valere i diritti delle minoranze all’interno di un Partito controllato nella stragrande maggioranza da Berlusconi. Eppure il presidente del consiglio teme Fini!Perchè mai? Il vero rischio è che, visti i presupposti, gli possa , probabilmente grazie alle scelte dello stesso premier, sottrarre la parte di vittima e perseguitato che Berlusconi recita egregiamente da sempre , fonte di buona parte dei suoi successi politici ed elettorali. Quanti dei suoi elettori lo compiangono! E se cominciassero a compiangere Fini ? Il rischio c’è e bisogna provvedere.

venerdì 23 aprile 2010

Le sfide che attendono Italia dei Valori a Venezia: discontinuità e rappresentatività, all'insegna di legalità e trasparenza

L’insediamento di Giunta Municipale con due referati assegnati a nostri consiglieri e di presidenza della Municipalità di Venezia con il contestuale avvio dei processi per l’assegnazione delle deleghe ai consiglieri eletti nelle Municipalità in cui ha vinto il centro sinistra segna l’inizio di una fase nuova per Italia dei Valori a Venezia . Certo dopo il congresso dello scorso febbraio Italia dei Valori sta vivendo nella città lagunare una particolare dimensione dell'alternativa possibile lanciata a Roma dal presidente Di Pietro, indicando per IdV un cambio di strategia che l'ha vista candidarsi per il governo non solo degli enti locali ma anche dell'intero Paese : è, infatti, fortemente avvertita l'esigenza di connotare con le presenze dei nostri eletti l’avvio di una nuova fase della gestione e dell’esercizio del potere nel contesto della macchina comunale e dei suoi infiniti rigigagnoli,dalle municipalità alle società partecipate con il ventaglio di nomine e designazioni che partono dall’ente comune. La discontinuità rispetto alla Giunta Cacciari è il tratto pregnante della maggioranza che guida ora Venezia e, in particolare, del nostro partito , la prima forza politica a dare il suo sostegno forte e indiscusso alla candidatura Orsoni sin dall’avvio delle primarie
Queste premesse non possono non avere una ricaduta sull’azione politica del partito rispetto alle decisioni che debbono essere assunte ai diversi livelli. Il riferimento costante ai principi di legalità e trasparenza nell’azione amministrativa è stato alla base della nostra campagna elettorale , ma, come documentano anche gli impegni fatti sottoscrivere dal partito a ciascun candidato all’atto dell’accettazione dell’inserimento in lista, deve tradursi per coloro che sono stati chiamati a rappresentare i nostri elettori in una pratica quotidiana nell’ambito dell’attività amministrativa.
Il mandato che hanno ricevuto gli eletti dalla nostra base è tutt’altro che equivoco e va proprio in questo senso: e chi è stato eletto deve certamente ringraziare quanto gli hanno accordato la preferenza, ma non deve nemmeno dimenticare gli oltre seimila voti IdV per il Consiglio Comunale che non hanno espresso preferenza ma che , probabilmente, nutrono nei confronti dei nostri consiglieri comunali e di municipalità grandi aspettative di rinnovamento. Questi elettori , il cui patrimonio poteva essere ben maggiore se non ci fosse stata la diaspora grillina (quasi 4mila voti) , debbono potersi riconoscere non solo nelle nostre proposte ed iniziative di cui IdV si farà promotrice ma anche nei provvedimenti che la Giunta Comunale adotterà. Certo nei settori per cui ai nostri rappresentanti è stata affidata la delega l’impegno sarà più cogente, nel senso che provvedimenti in palese contrasto con i principi di legalità e trasparenza non saranno ammissibili, ma pure negli altri ambiti l’impegno non sarà minore, proprio perché la natura collegiale della Giunta Comunale e del Consiglio di Municipalità consente di far verbalizzare il proprio dissenso. Che potrà essere non solo doveroso ma addirittura dovrà, in prospettiva sempre, essere pubblicizzato. Perché chi rappresenta il partito deve nel nostro caso saper essere voce soprattutto di chi non ha dato preferenze, ma ha chiesto di essere rappresentato dando fiducia all’organizzazione partito, alla sua capacità di essere efficace mediazione fra società civile e sua rappresentanza politica. D’altra parte è solo grazie a questi voti “senza nome” ma carichi di speranza che IdV ha conseguito un grandissimo successo elettorale: ed è una dote che il mancato rispetto nella pratica amministrativa dei principi di legalità e trasparenza rischia di far disperdere.
Il problema della rappresentanza di IdV negli organi elettivi è stato risolto con la proclamazione degli eletti: la partita più dura comincia ora è quella della rappresentatività. Non sono giochi di parole: il futuro politico di IdV è racchiuso nella capacità dei nostri eletti di fare sintesi al punto di riuscire ad essere rappresentativi anche di chi ci ha votato solo per l’affermazioni di principi come legalità e trasparenza dell’azione amministrativa e stato di diritto. Non è poco e non è facile: bisogna talora avere il coraggio di dissociarsi e far verbalizzare il nostro dissenso. Solo così sarà possibile conservare la credibilità politica, grande risorsa per il presente e il futuro di Italia dei Valori.

Bisogna, infine, avviare un censimento delle competenze dei nostri iscritti e dare loro spazio, proprio alla luce di questo criterio, nell’assegnazione di nomine e incarichi cui il partito dovrà provvedere

La fase che ha portato all’individuazione degli assessori che ci rappresentano in Giunta è stata contraddistinta dalla presentazione dei curricula degli eletti ai fini di far luce sulle loro competenze e esperienze pregresse per valutare la loro idoneità agli incarichi. E’ una questione di metodo e di regole – sul cui rispetto non può non fondarsi l’organizzazione di un partito come il nostro, – che debbono guidarci in questa delicata fase . La trasparenza non va solo proclamata ma anche faticosamente praticata : nomine e designazioni che possano essere ricoperte da iscritti al partito debbono essere portate da assessori, consiglieri comunali e di municipalità a conoscenza del coordinatore comunale e provinciale con indicazioni di possibili candidati. Dovranno essere individuati in maniera collegiale e partecipata i candidabili e a segnalati i relativi nominativi ai preposti alle nomine . Solo garantendo legalità e trasparenza nella gestione di questa impegnativa partita sarà possibile porre le premesse per un’organizzazione di IdV in grado di fronteggiare i gravosi compiti che il successo elettorale ha accollato al partito. E soprattutto sottrarsi al rischio di disperdere inopinatamente questo successo.

domenica 18 aprile 2010

Raimondo Vianello è morto due volte, la seconda per la vergogna di quanto è stato detto e fatto per onorarne la memoria.Di una volgarità stupefacente

In occasione della morte del popolare raimondo per onorare la sua memoria sono state fatte ( e dette) cose che lui non si sarebbe mai sognato di dire e di fare per se stesso. Paradossalmente è stato tradito nel suo più intimo essere: la sua proverbiale discrezione - un tratto decisamente singolare per un uomo di spettacolo- è stata violata e calpestata all'insegna di una volgarità lontana mille miglia dall'immagine che lui e sandra hanno consegnato in oltre mezzo secolo di attività ad un pubblico di fedelissimi che li apprezzavano proprio in quanto ne avvertivano la sincerità .Anche la lealtà e fedeltà nei confronti del premier non aveva alcun significato politico, ma solo ed esclusivamente umano. Si può ben dire che sia morto due volte: la seconda, direbbe lui, per la vergogna di quanto è stato detto e fatto in suo nome.

Contrordine,.......: le riforme istituzionali non sono la cosa più importante. Specie se rischiano di minare l'unità del Popolo della Libertà

“Non credo che le riforme istituzionali siano la cosa più importante”. E’ l’ennesima variazione sul tema . tre settimane fa, dopo la vittoria alle amministrative “Adesso abbiamo tre anni per fare le riforme!”.Ora il capo del governo ritiene evidentemente di poter ancora andare avanti con questa costituzione”Certo che l’elezione diretta del capo dello stato sarebbe un elemento di ulteriore democrazia” ammette a, ma si può evidentemente andare avanti. E farne a meno. Non esiste in Italia nessuno che sia in grado di chiedere conto al capo del governo delle sue repentine virate, sui temi più svariati..Anche se il paragone susciterà irritazione nel premier – che fortunatamente non ci legge - la mente corre a Giovannino Guareschi, scrittore, umorista e polemista e al suo celebre “Contrordine, compagni” riferito oltre mezzo secolo fa ai militanti dei partiti comunista e socialista, ritenuti dal liberale Guareschi così stupidi da adeguarsi pedissequamente , allineati e coperti, alle più assurde e contraddittorie indicazioni purchè provenissero dai competenti organi statutari dei partiti. .Qua compagni ce ne sono ormai pochi, per lo più in attesa di ordini non si sa né da chi né da dove, ma mentre gli ordini di Berlusconi possono anche non essere eseguiti, i contrordini meritano attenzione. Non esistono fogli notizie, mailing list , email , bollettini: ordini e contrordini vengono diramati in manifestazioni pubbliche. E se una volta si diceva carta canta, il creatore della televisione privata italiana non può che puntare sul video e sull’audio delle sue performance. Parlare di riforme istituzionali ha creato divisioni all’interno della coalizione? Il problema si risolve semplicemente togliendo momentaneamente il tema dall’agenda in attesa di tempi migliori. E’ chiaro che per eseguire questo contrordine non occorre fare assolutamente nulla. Il dibattito interno? A tutto il Popolo della Libertà basta e avanza il ticchettio del cuore del premier: dibattito rigorosamente bandito, preferito il battito Questa è la politica per Berlusconi. Unità ad ogni costo della coalizione sotto la sua leadership, garantita da partiti amici, come la Lega, a cui a volte si riconosce di più di quanto si sia disposti a dare ad alcune frange dello stesso Popolo della Libertà: talora a beneficiarne è addirittura la spesso demonizzata Unione di Centro, che quando si schiera con il Popolo della Libertà ottiene molto di più della componente cattolica del Popolo della Libertà capitanata dal povero Giovanardi, che, per sottrarsi alle grinfie di Casini, è finito con il dipendere dagli umori di Berlusconi e sodali. Le riforme istituzionali? Verranno tempi migliori: per intanto ci consoliamo. Non è vero che “L’esecutivo non ha poteri nella nostra Costituzione” , come lo stesso Berlusconi diceva due settimane. Si puo’, nonostante i patrigni costituenti tirare avanti. D’altra parte Calderoli non ha nulla in contrario. La sua bozza di riforma presidenziale , che tanto putiferio ha creato, può andare momentaneamente in letargo. E’ pronto a ritirarla fuori alla prima occasione: evidentemente la riforma che lui e Bossi credevano così importante non lo era, ma, come insegna Berlusconi, può sempre ridiventarlo. Solo in questo Berlusconi risponde ai dettami della politica tradizionale: mai dire mai: A meno che non si parli delle sue …vecchie aziende.

sabato 17 aprile 2010

Berlusconi, direttore del teatro più stabile d'Italia, quello della politica

Berlusconi , ancora una volta gran maestro di sdoganamenti. In cerca di voti che gli consentissero al primo colpo di diventare capo del governo,17 anni fa ebbe la geniale intuizione di fare suoi i voti di Alleanza Nazionale, dando a quel partito quella legittimazione politica che ha poi fatto di Fini per quindici anni un alleato fedele, nonché il cofondatore del Popolo della Liberta, ultima creatura di un metodo che applica alla politica il criterio dell’innovazione, proprio dell’imprenditoria. . Ma si sa gli umori dell’elettorato cambiano e nessuno meglio di Berlusconi (i risultati elettorali lo confermano) sa annusarli in anticipo. Sondaggi e rilevazioni dell’ultimo anno gli hanno suggerito di operare, in occasione delle recenti regionali, un ulteriore parziale sdoganamento: qui l’operazione è stata più audace , perché riguardava la Lega, un movimento che godeva di forti consensi in un’area del Paese, già parte del governo(anche se i suoi ministri sono solo tre e quelli del Popolo della Libertà 21) ma con una legittimazione non piena proprio per questa originaria matrice regionale. Il rischio consapevole e volutamente corso era favorire un’emorragia di voti dal Popolo della Libertà alla Lega , cosa puntualmente avvenuta in Veneto, molto meno in Piemonte , dove Cota si trova presidente della Giunta con un partito al 16%: ma è ben valsa la pena di perdere questi voti a fronte della gratitudine imperitura che la Lega tutta avrà nei fronti di Berlusconi per questa investitura. L’analisi costi-benefici dà ancora una volta ragione a lui.La fedeltà degli alleati , anzitutto: tutti accomunati dal credere nella politica – ne è limpida testimonianza la riforma della forma di Stato propugnata dal ministro Calderoli - e dall’aspirazione di passare alla storia con la riforma dello Stato, mentre Berlusconi , paradossalmente, fa il pieno di consensi quando ostenta l’insofferenza per le regole (condivise o meno, alla base di qualsiasi gestione democratica del potere e di riforma dello stesso) e la scarsa considerazione per chi fa della politica una scelta di vita e di..sostentamento. Mentre i suoi alleati credono di muoversi in un ipotetico scenario che guarda alla storia, Berlusconi, da vero e unico imprenditore della politica, guarda al contingente , è pragmatico.C’è molto di grottesco in tutto questo. Il suo motto è “campare” e restare , comunque, regista di quel gran teatrino della politica che ha solo finto di disprezzare allo scopo di costruirne un altro, con nuovi personaggi e insuperabili interpreti, di cui è rimasto l’unico puparo. Insomma la politica tenuta in vita da chi nell’intimo la reputa uno strumento per altri fini, non un fine in sé, come pensano leghisti, finiani e parecchi anche nel popolo della Liberta La sola certezza riguarda un futuro , in cui Berlusconi possa non esserci: non l’ha mai detto, ma se dovesse dire qualcosa probabilmente ricorrerebbe allo stereotipato “Dopo di me il diluvio”. Buona norma in questi casi è preparare l’Arca: c’è qualcuno che si candida a fare Noè? Probabilmente ai partiti di opposizione , alla luce di tanto ingegno imprenditoriale profuso in politica, non è rimasto altro spazio che questo.

domenica 11 aprile 2010

Diritto in-costituzionale: mai come adesso l'esecutivo ha avuto tanto potere nella storia della Repubblica italiana. A che pro dire il contrario?

“Nella nostra Costituzione l’esecutivo non ha alcun potere” Anche così il presidente del Consiglio motiva l’urgenza delle riforme istituzionali: e lo fa, davanti agli industriali a Parma, con una frase lapidaria, che potrebbe essere in buona fede pronunciata da qualsiasi cittadino ma non da chi ha ricoperto negli ultimi nove anni per più di sette questo ruolo.Il Governo, infatti, giura e, conseguentemente, entra in carica solo dopo che il Capo dello Stato abbia accertato, attraverso la consultazione dei segretari delle forze politiche, che la maggioranza dei componenti di ciascuna Camera voterà la fiducia. Non esiste nella nostra Costituzione un operare del Governo separato da quello del Parlamento: quando si presenta al Parlamento il Governo può contare per far approvare i disegni di legge sul sostegno della maggioranza dei componenti di ciascuna Camera. La Costituzione attribuisce al Governo il potere di iniziativa legislativa , proprio perché è l’organo per le ragioni appena esposte che più facilmente può far approvare le leggi. Molto più di un singolo parlamentare, di un Consiglio Regionale o dei 50mila e più cittadini che possono presentare disegni di legge di iniziativa popolare: progetti destinati nella quasi totalità a non essere mai discussi e approvati dalle Camere, e a decadere alla fine della legislatura, ben diversamente da quanto accade per i disegni di legge governativi. Tant’è che quando non ha più il sostegno della maggioranza dei parlamentari, il Governo si deve dimettere. La frase di Berlusconi , se vuole avere un senso compiuto, non può che comportare il venir meno dell’approvazione dei disegni di legge presentati dal Governo da parte del Parlamento: ma , come anche gli Stati Uniti insegnano con il recente esempio della riforma sanitaria così faticosamente fatta approvare da Obama dal Congreso e dal Senato americani ( le due Camere di quel paese), qualsiasi repubblica (semi) presidenziale ha bisogno di un parlamento, formato di un a o più Camere. E le proposte dell’esecutivo debbono essere approvate dal parlamento. E allora ? La frase di Berlusconi è priva di senso compiuto: tant’è che, da due anni, grazie al voto di fiducia i disegni di legge così come escono dal Consiglio dei Ministri vengono approvati dal Parlamento. Nella storia della Repubblica italiana l’esecutivo non ha mai avuto tanto potere come da quando Berlusconi è capo del governo.

sabato 10 aprile 2010

Realizzare un sogno: ideare e costruire la scuola per i propri figli!!!!

Felicitazioni vivissime alla neo mamma Maria Stella Gelmini ministro dell’istruzione e della ricerca, l’unica genitrice che ha nel nostro Paese due ambitissime opportunità: anzitutto la possibilità di ideare e progettare , in base alle opinioni sue e della maggioranza che la sostiene, la scuola che frequenterà la sua prole ( assieme ai figli di milioni di italiani, cui le approvazioni a colpi di fiducia dei provvedimenti del governo Berlusconi in materia di scuola, l’unico settore che si sta veramente riformando, hanno precluso la possibilità di dare qualunque contributo ai cambiamenti in atto); in secondo luogo far testare ai propri figli la bontà di quanto da lei progettato e studiato per le future generazioni , sperimentando in corpore vivo tutti gli aspetti positivi decantati negli ultimi due anni sulla scuola italiana del secondo decennio del 21° secolo.
Ovvio che per realizzare tutto questo dovrà far frequentare alla figlia una scuola rigorosamente pubblica fin dal nido. Ne avrà il coraggio?

venerdì 9 aprile 2010

UNA CAMERA DEI DEPUTATI FORMATA NON DA ELETTI DAL POPOLO, MA DA NOMINATI DEI PARTITI HA LE CARTE IN REGOLA PER MODIFICARE LA COSTITUZIONE?

Siamo reduci da una campagna elettorale segnata dall’aspro conflitto, interno ed esterno ai partiti, tutto giocato sul filo delle preferenze per il rinnovo di consigli comunali e regionali , di presidenti regionali e sindaci , in cui il rilievo dato alla persona del singolo candidato giunge al punto di legittimare il voto disgiunto. In questo fine settimana avremo l’epilogo di questa vicenda con i ballottaggi in comuni e province, in cui appunto vengono prima le persone candidato che le forze politiche che le sostengono. A fronte di tutto questo assistiamo alla riscoperta da parte delle forze politiche di maggioranza del tema, prima accantonato, delle riforme: d’altra parte come i sindaci nell’arco di una legislatura non possono non metter mano agli strumenti urbanistici, i vecchi piani regolatori ora a seconda delle Regioni piano strutturali o operativi, per dimostrare che han fatto qualcosa, chi sta a Palazzo Chigi non può non prevedere di fare qualcosa per riformare la seconda parte della Costituzione. Magari male, come fece questa stessa maggioranza nel 2006, come ha dimostrato l’esito del referendum confermativo del giugno 2006 in cui il voto popolare ha bocciato la riforma. Le cose , da allora, sono cambiate: infatti la legge elettorale del 2006 ha eliminato per l’elezione dei Deputati quelle preferenze che sono state non solo al centro di questa ultima tornata amministrativa ma addirittura per 60 anni, dalla Costituente alla Camera dei Deputati del 2001 , lo strumento attraverso cui l’elettore poteva scegliere il proprio rappresentante al Parlamento. Sorge spontanea una domanda: è legittimata una Camera dei Deputati formata da rappresentanti del popolo non eletti direttamente bensì nominati dalle segreterie delle forze politiche (si è chiamati a rappresentare il popolo in ragione della posizione che si occupa nella lista) a riformare la Costituzione, ovvero la legge suprema che regolamenta competenze, attribuzioni e funzionamento di tutti gli organi dello Stato e degli altri enti pubblici ? Nel votare un’eventuale riforma saranno i deputati più attenti alla volontà degli esponenti delle forze politiche, da cui dipende la loro riconferma nelle liste per il rinnovo della Camera dei Deputati, o alla volontà del popolo che li ha eletti, incessantemente evocata dal presidente del consiglio negli ultimi due anni ?

venerdì 2 aprile 2010

LE PRESE DI POSIZIONE DI ZAIA E COTA SULLA PILLOLA ABORTIVA SONO SOLO FONTE DI DISINFORMAZIONE

I neo presidenti delle Giunte Regionali di Veneto e Piemonte hanno dichiarato a gran voce che la decisione se somministrare o meno la pillola antiabortiva spetta alle Regioni ordinarie in quanto , in base all´art. 117 Costituzione la sanità è materia che rientra , non essendo ricompresa fra le materie attribuite alla competenza esclusiva dello Stato ,in quelle la cui disciplina deve essere emanata dalle Regioni. La presa di posizione è, a dir poco, discutibile
in quanto lo stesso art.117 attribuisce allo Stato la "determinazione dei
livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che
devono essere garantiti su tutto il territorio nazional".La
decisione su quali farmaci possono essere utilizzati per i trattamenti sanitari
rientra a pieno titolo fra i diritti sociali che debbono essere garantiti in
modo uniforme su tutto il territorio italiano: per cui non è ciascuna Regione
competente in maniera esclusiva in materia sanitaria a poter decidere quali
farmaci possono essere somministrati, ma la questione eventualmente dovrà essere preliminarmente affrontata nella Conferenza Stato - Regioni che vede appunto i presidenti di quest'ultime confrontarsi con lo Stato anche sulle tematiche di esercizio della potestà legislativa. Francamente un conto è non condividere l'introduzione nel nostro sistema della cosidetta pillola abortiva come cittadino, un conto è esprimere questa opinione come rappresentante dell'Ente che è tenuto a dare attuazione a decisioni legittimamente assunte in contesti romani. Spiace dirlo, ma esprimersi nei termini usati da Zaia e da Cota su una questione così delicata crea vera e propria disinformazione. La via corretta sarebbe stata seguire l'approccio appena illustrato: e visto anche il tenore degli inviti rivolti ai direttori generali delle Asl a non applicare questo trattamentoon non si può che pensare a intenti strumentalizzatori. Ma è più crticabile l'atteggiamento di chi intende applicare la legge nazionale o di chi invita a boicottarla? La cosa è tanto più grave se si pensa che la forza politica che esprime questi due presidenti ha tutti gli strumenti democratici per far affermare i principi di cui intende farsi portatrice anche in contesto romano. Se si vuol fare dell'Italia uno stato confessionale, lo si dica: non faremmo che prendere l'esempio dei tanto vituperati paesi in cui la religione di stato è quella mussulmana.Altra via non esiuste.