Lettori fissi

giovedì 24 dicembre 2009

La lirica difesa e salvata dall'istinto di conservazione

A prescindere dai dati veritieri sui costi, nell'intervista sul Corriere del Veneto Tiziano Scarpa non ha, evidentemente, tenuto conto di quello che significa la lirica italiana non per l'Italia ma per il mondo intero , che ci vede come la patria del melodramma. E dell'incidenza che ha questo genere di spettacolo dal vivo su flussi turistici particolarmente pingui diretti verso il nostro Paese proprio in virtù di queste produzioni. Non solo la Fenice, ma L'Arena di Verona, La Scala, il Festival Rossiniano di Pesaro, l'arena Sferisterio di Macerata, il Festival dell'Operetta di Trieste . Se Scarpa partiva dall'assunto che, al di là dei costi, la lirica non è più espressione di una forma di cultura popolare ,com'era sino 50 anni fa, e ora altri generi ne sono espressione, questo suo punto di vista è sicuramente condivisibile. Ma le ragioni della costosa sopravvivenza della lirica non sono da individuare certo nella miopia del Ministero dei Beni Culturali, che non s'è accorto che l'Italia è cambiata, bensì nell'esistenza di floridi gruppi di pressione, che spaziano dagli operatori turistici a quelli che traggono la loro sussistenza dal settore. Certo i livelli di responsabilità sono vari: ma chi non ricorda di fronte al rogo della Fenice lo slogan "Com'era, dov'era"?Forse quest'approccio conservativo dell'esistente,che in nessun'altra epoca avrebbe portato alla ricostruzione di un teatro, al di là dell'innovazione tecnologica, identico esteriormente al preeesistente, spiega meglio di ogni altra analisi le ragioni del permanere dei copiosi finanziamenti alla lirica .

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